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Bancarotta: ‘pacchetto’ per frodare 200 mln a fisco, arresti. Studio Pogliese a centro inchiesta della Procura di Catania

CATANIA, 13 FEB – Un sistema affaristico diretto dallo studio Pogliese, alimentato da liquidatori prestanome e imprenditori, che provvedeva a fornire ‘un pacchetto di misure’ che avrebbe permesso di evadere imposte all’Erario per oltre 220 milioni di euro. E’ quello portato alla luce dalla Guardia di Finanza di Catania che, coordinata dalla Procura, ha eseguito un’ordinanza di misure cautelari emessa dal Gip nei confronti di 11 persone per bancarotte fraudolente patrimoniali e documentali e reati tributari, anche in forma associata, favoreggiamento personale e reale. Nove indagati nell’inchiesta ‘Pupi di pezza’, tra cui Antonio Pogliese, padre del sindaco di Catania, Salvo, sono state poste ai domiciliari. Due imprenditori sono stati invece ‘interdetti’ dall’esercizio di impresa per un anno. Il procuratore Carmelo Zuccaro, parlando dell’inchiesta, ha affermato che è emerso un “sistema perverso di sottrazione all’erario di somme di denaro ingenti in maniera sistematica”. Secondo l’accusa, lo studio Pogliese avrebbe predisposto fittizi progetti di riorganizzazione aziendali straordinari o bilanci non veritieri. Lo studio, che così diventava formalmente l’intermediario per presentare le documentazioni fiscali all’Erario, avrebbe anche fornito un prestanome, privo di qualsiasi competenza tecnica, che diventava il liquidatore o l’amministratore degli ultimi momenti delle società prima che andassero in liquidazione. Invece di presentare i libri contabili al Tribunale per dare inizio alle procedure concorsuali, si dava inizio invece alla liquidazione delle società, che venivano svuotate di tutti gli assetti positivi, fatti transitare in altre società che ripartivano con gli stessi amministratori che le avevano gestite. L’indagine ha preso spunto dall’invio alla Guardia di finanza di Catania nel 2011 da parte di Riscossione Sicilia di un elenco di contribuenti che risultavano evasori di grosse somme denaro.

Il fittizio liquidatore sarebbe stato gestito da Salvatore Virgillito, che rappresentava l’anello di congiunzione tra i reali amministratori delle società decotte, gli indagati, lo studio associato ed il prestanome, Enrico Virgillito, figlio di Salvatore, che avrebbe ricevuto un compenso di circa 400 euro al mese pagati dagli amministratori delle società. La Guardia di finanza ha anche sequestrato numerosi documenti riguardanti le società in un garage di proprietà di Salvatore Virgillito. A beneficiare dell’opera dei professionisti sarebbero stati i fratelli Grasso, amministratori e proprietari della fallita “Diamante Fruit srl.”, che nel 2002 avevano maturato un debito nei confronti dell’Erario di circa 215 milioni di euro, Concetta Galifi, amministratrice della ‘Prima Trasporti srl’, che si sarebbe sottratta al pagamento i debiti erariali superiori a due milioni di euro, e Rosario Patti, amministratore di fatto della ‘Patti Diffusione srl’, che avrebbe sottratto all’Erario più di due milioni di euro. L’indagine ha coinvolto anche la “Grandi vivai società agricola srl’ di Paternò, amministrata da Alfio Sciacca, di 67 anni, destinatario dell’interdittiva per un anno con l’accusa di essersi sottratto al pagamento di imposte per più di un milione di euro, insieme con Nunziata Conti, di 55, amministratore della ‘F.lli Conti Paternò’, che avrebbe sottratto all’Erario oltre un milione di euro. Le Fiamme Gialle hanno anche sequestrato i marchi registrati “Saporita”, “GolositA”, Diamante”, “Diamante Fruit” dei fratelli Grasso operavano nel settore ortofrutticolo, i complessi aziendali della ‘Prima trasporti s.r.l., ‘Grandi vivai società agricola s.r.l.’, ‘F.lli Conti Paternò s.r.l.’ e ‘Patti diffusione s.r.l.’, che sono stati affidati ad un amministratore giudiziario, per un valore complessivo di circa 11 milioni di euro.

Lo studio non è oggetto di sequestro”. Lo ha precisato il Procuratore della Repubblica a Catania Carmelo Zuccaro durante la conferenza stampa relativa all’operazione ‘Pupi di pezza’. “Lo studio Pogliese – hanno aggiunto dal canto loro gli investigatori – dalle indagini emerge come intermediario abilitato alla trasmissione delle dichiarazioni. Questo è il compito formale. Ci aspettiamo ovviamente di trovare dei compensi”. “Le investigazioni in realtà evidenziano un contributo di consulenze – hanno aggiunto – che chiaramente non è pari all’incarico formale. Oltre a questo, tra gli altri incarichi formali vi sono attribuzione di incarichi in collegi sindacali, per i quali ovviamente ci sono dei compensi”.

“Purtroppo, mi verrebbe da dire, siamo alle solite. Ancora questi sistemi illeciti che si perpetrano nel nostro territorio con grave danno per l’Erario, per i fornitori che vedono non pagate le proprie forniture. In un anno questo tipo di operazioni hanno portato a 33 misure cautelari e in un anno alla Guardia di finanza di Catania abbiamo ricostruito un debito verso l’Erario di oltre 300 milioni di euro nella nostra provincia con un meccanismo che si avvicina a questo”. Lo ha detto il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Catania gen. Antonio Nicola Quintavalle Cecere durante la conferenza stampa

“Noi siamo ben lieti che loro adesso considerano la Procura di Catania come un rischio professionale per quello che devono svolgere. Parlano di ‘Procura’ ma è il sistema giudiziario che sta rispondendo grazie ai giudici, ai pm e agli investigatori”. Lo ha affermato, durante un incontro con i giornalisti a Catania, il Procuratore della Repubblica Carmelo Zuccaro, commentando quanto emerso dalle intercettazioni della Guardia di finanza di Antonio Pogliese, titolare dell’omonimo e noto studio di economia e finanza, che parla al telefono con uno dei suoi associati, Michele Catania. “Chi gestisce in maniera illecita determinate attività – ha aggiunto – ha oggi ragione di temere che l’autorità giudiziaria e gli investigatori non lascino impunite quelle che sono attività di una gravita immensa per il danno sociale che arrecano”.

“Uno sviluppo economico ed un ritorno alla legalità in questa città deve passare necessariamente da una riconversione etica di quelle che sono le persone che hanno posizioni nella società tra le più importanti. Spetta a loro cercare di modificare i loro comportamenti illeciti”. Lo ha detto, incontrando i giornalisti in merito all’operazione ‘Pupi di pezza’, il Procuratore della Repubblica a Catania Carmelo Zuccaro, che ha aggiunto: “E’ evidente che se non ce questa riconversione, uno sviluppo di Catania non potrà mai ripartire nel mondo in cui tutti noi auspichiamo”. Zuccaro ha inoltre espresso il suo “disappunto” perché “da parte di uno degli studi più importanti di Catania – ha detto – si è posta in essere una attività sistematica volta a favorire delle società che nel mercato agivano in maniera predatoria e truffaldina, non corrispondendo all’erario ciò che era dovuto”. (ANSA).

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